Educatori a Lungro

Domenico Potenz e Anna Sgobba dell’Associazione Avamposto.Educativo Onlus hanno partecipato all’incontro per educatori organizzato dalla Fondazione don Lorenzo Milani di Lungro (CS) per il 15 e 16 luglio 2011.

Comunicazione di Cesare Moreno

“Ci sono diversi gruppi di persone, educatori, docenti, operatori sociali, cittadini responsabili che sono attivi nel promuovere la crescita dei giovani e la loro cittadinanza nei contesti urbani più complessi o nei piccoli centri, tra strati sociali emarginati oppure semplicemente cercano di fare quello che le famiglie non riescono a fare.  Molti di questi operano nell’Italia Meridionale, da molti anni e tra infinite difficoltà. Spesso siamo in contatto tra noi ma difficilmente abbiamo avuto un confronto sistematico. Ora con la nascita della Fondazione Milani di Lungro forse possiamo avere un posto dove incontrarci, conoscerci meglio e magari sviluppare qualche iniziativa in comune.
L’associazione Maestri di Strada propone quindi di realizzare questo incontro il 15 e 16 luglio 2011 pressola Fondazione don L. Milani  C.da Carrocchia, 2  a  Lungro (CS).”

Dall’introduzione all’incontro (Cesare Moreno)

“Resistere, testimoniare o innovare?

Copio questo titolo in parte da “Ottavo convegno internazionale La qualità dell’integrazione scolastica Rimini 2011: resistere o innovare?” indetto da Andrea Canevaro e Dario Ianes.

Dal tempo di Don Milani in poi si sono moltiplicati gli esempi e le testimonianze di un metodo educativo centrato sul dialogo di vita con gli allievi.

Ciò che al tempo di Don Milani  era opera di persone  dotate di profetica visione e religiosa perseveranza è diventato scienza, tecniche, metodo. Molti di noi hanno imparato come si costruisce una visione, un sogno, hanno visitato il mito di fondazione dell’educazione e ne hanno tratto una metodologia; molti di noi hanno imparato come si resiste e si cresce  nel logorio di schizofrenici comportamenti istituzionali e devastanti agiti adolescenziali.”

“Vogliamo parlare di scuola ed educazione senza specificazioni, la scuola che deve essere per tutti e che ha un senso se è per tutti se promuove lo scambio e le relazioni di giovani tra loro diversi e che crescono arricchendosi della diversità.  Ogni scuola con interlocutori particolari, sia se si tratti di una elite privilegiata, sia che si tratti di una élite specializzala, sia che si tratti di un ghetto,  non è una vera scuola, è un luogo in cui si ‘inculca’ e non dove si educa. Il libero arbitrio dell’Uomo non è un concetto per le dispute tra filosofi ma una pratica sociale, un costrutto  organizzativo  che riguarda primo di ogni altro i giovani che stanno a scuola. Il cittadino sovrano nasce nella nursery in cui i vagiti sono accolti come segnale comunicativo degno del massimo rispetto e non come fastidio per gli addetti ai lavori.

E quindi dobbiamo pensare che ogni idea di sviluppo su linee che non siano quelle della moltiplicazione delle merci e dei servizi mercificati deve ripartire dall’educazione, dalla socialità dai legami umani che vengono prima dei legami produttivi e delle stratificazioni sociali.  Il senso della scuola per tutti è appunto quello di promuovere legami estesi e diversificati, di promuovere una felice interdipendenza gli uni dagli altri che consente di costruire la vita sociale a partire dalle relazioni e non dal possesso di beni.  Non stiamo parlando di comunismo o socialismo, ma di un capitalismo che investa in modo profittevole nelle relazioni piuttosto che nelle merci, di una economia civile che contribuisca a contenere l’invadenza dell’economia delle merci e dei grandi capitali.

Stiamo dicendo che si tratta di un obiettivo educativo per tutti da non riservare agli adepti delle nuove religioni  della decrescita, dello sviluppo eco sostenibile e quant’altro i movimenti civili hanno meritoriamente prodotto e producono ancora.  Noi educatori non possiamo mai parteggiare, neppure per il partito dello sviluppo sostenibile, il nostro compito è di assumere il  valore educativo delle idee innovative e farne un motore dello sviluppo personale e di una presa di coscienza diffusa, di uno sviluppo umano del territorio.

Chi la lavoro educativo nel meridione ha imparato o dovrebbe imparare che l’educazione non può essere per una finalità pratica: il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi non c’è e se c’è è maledetto e tardivo. La nostra scuola nel migliore dei casi prepara al lavoro dipendente, al lavoro burocratico senza iniziativa e senz’anima, non prepara né all’impresa né a saper mantenere un contegno nelle difficoltà. L’educazione potrebbe essere disinteressata non perché aliena da interessi pratici  ma perché manca l’oggetto dell’interesse: in realtà forse possiamo mettere al centro l’interesse per sé, per sviluppare quelle capacità di resistenza e di iniziativa che sono indispensabili a sopravvivere in una economia stagnante e contro i giovani.

Qual è il mito fondante dell’educazione oggi? Promuovere l’eguaglianza dei punti di partenza per una competizione in cui la posta in gioco è talmente sproporzionata da configurarsi come un gioco d’azzardo, oppure promuovere le capacità di iniziativa per fronteggiare situazioni difficili?  E la formazione professionale serve ad imparare un mestiere o piuttosto ad acquisire quelle abilità trasversali che sono necessarie ad adottare  una indispensabile flessibilità nella gestione delle risorse proprie?  Diventare cittadini responsabili ed attivi è un obiettivo dell’educazione o è un effetto collaterale dello sviluppo economico mercificato?

Come viene ri-disegnata la mappa dei ‘bisogni’  dello sviluppo in questa ipotesi, come vengono riorganizzati i marcatori della crescita?

Abbiamo nell’ordine il lavoro, la collocazione sociale, e la vita di relazione, o vale l’ordine inverso? Dobbiamo attenerci al rozzo materialismo  – plebeo e borghese – che antepone il possesso di beni  al possesso di Sé, o dobbiamo considerare  che le relazioni ed i legami abbiano una forza materiale e con essi la cultura che serve a svilupparli e rinsaldarli?

Se vogliamo riparlare di educazione dobbiamo ripartire da qui, dalla riconsiderazione dei pregiudizi sociologici che ci portano a considerare gli allievi come la risultante di tutta la storia precedente e di tutte le condizioni sociali e non anche il frutto della libera autodeterminazione sostenuta dal lavoro educativo.”

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